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 Racconti - La storia di Spadon - Spadon

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Spirito del castello
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MessaggioTitolo: Racconti - La storia di Spadon - Spadon   Sab Lug 10, 2010 12:38 pm

"La storia di Spadon"

Spadon da Treviso



Ultima modifica di Spirito del castello il Gio Set 09, 2010 11:04 pm, modificato 3 volte
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MessaggioTitolo: Re: Racconti - La storia di Spadon - Spadon   Sab Lug 10, 2010 12:39 pm

Quella sera Spadon era annoiato. Aveva un'intera notte libera, ma non sapeva come occuparla. Prese a pensare... Gli venne in mente una storia. La storia prese pian piano forma, e gli parve familiare. Che bella storia era! Decise di raccontarla.
Scese in piazza, chiamando i suoi amici perchè ascoltassero, se gli andava.
Si sedette su una roccia, e aspettò che i pochi presenti si sedessero per terra.


"Allora amici... Stasera voglio raccontarvi una storia. Ma badate, questa non è una storia qualunque... Potrebbe addirittura essere vera...! Spero tanto che vi piaccia, ma vi prego anche di non interrompere... Alla fine potrete dirmi cosa ne pensate. Potrebbe essere una storia lunghetta... Magari occuperà più di una serata."

"Chi è il protagonista?"
chiese qualcuno.

"Mah... non ha un vero e proprio nome. Potremmo chiamarlo... Spadon, se vi va bene."

Nessuno protestò, dunque Spadon cominciò a raccontare:

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MessaggioTitolo: Re: Racconti - La storia di Spadon - Spadon   Sab Lug 10, 2010 12:42 pm

CAPITOLO I - In cui si presentano il protagonista e la sua città

Il Sole sorgeva lentamente, sopra i tetti delle case. Man mano che la città si illuminava gli abitanti cominciavano ad alzarsi dai loro giacigli. Molti amavano la loro città, altri la consideravano solo una delle tante. I tavernieri stavano già pulendo la locanda, per farla trovare linda ai viaggiatori mattutini o agli ospiti già svegli. Le guardie stavano cominciando ad aprire le porte, chiedendo identità e occupazione ai viandanti che volevano entrare. Una guardia in particolare si divertiva ad esigere tributi un po' più sostanziosi del normale, per arrotondare il modesto salario; questa però non è la sua storia. Non è nemmeno la storia del panettiere che stava aprendo la bottega in quel momento, preparandosi a passare la giornata davanti al caldo del forno. E' invece la storia di un modesto coltivatore di grano: Spadon, che più avanti si farà chiamare Spadon da Treviso, poichè fiero delle proprie origini. Infatti, quella era la città di Treviso.

Essa faceva parte della Serenissima Repubblica di Venezia, primo Ducato resosi indipendente dall'Impero; per i comuni cittadini, però, la differenza era meno che marginale. La loro vita non cambiava di molto, a parte una lieve differenza nei tributi, il loro destinatario, e leggi un po' diverse. Neanche Spadon si accorgeva della differenza: povero com'era, la politica estera non era suo interesse.

Egli non faceva altro che coltivare il suo grano e andare a lavorare alla miniera locale. La sua vita era piuttosto noiosa, in effetti... Faticava a trovare un senso alla sua esistenza.
Dopo che il monastero in cui era cresciuto fu distrutto da una banda di briganti, che cercava ricchezze non trovate, e dopo che i suoi compagni si erano dispersi ai quattro venti, era difficile ricominciare. Ogni giorno si accorgeva della differenza sempre più marcata esistente tra il suo vecchio mondo e il suo nuovo.
Nella fuga tra le fiamme, era riuscito a salvare solo miseri 50 ducati e 2 pezzi di pane, mentre tutti i suoi abiti (sebbene frugali, erano comunque abiti) erano andati perduti. Si era diretto verso la città più vicina, Treviso appunto, e aveva provato a ricominciare. Purtroppo, però, l'impresa era ardua; la straniazione dal suo mondo era evidente. Aveva pochi amici, e compagnie saltuarie.

Ogni giorno provava un desiderio sempre più forte di fuggire, di cambiare vita.

La città era Treviso. Il protagonista era Spadon. Non poteva durare.


Ultima modifica di Admin il Sab Lug 10, 2010 12:46 pm, modificato 1 volta
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MessaggioTitolo: Re: Racconti - La storia di Spadon - Spadon   Sab Lug 10, 2010 12:44 pm

CAPITOLO II - In cui si prepara la fuga del protagonista

Come dicevamo, la situazione era parecchio difficile. Quanto ancora si sarebbe dovuto aspettare perchè la situzione cambiasse? Sebbene i monaci gli avessero sempre predicato la pazienza, a Spadon risultava difficile attendere senza fare nulla.
La sua vita non era insopportabile, ma non poteva continuare su quel tono. La felicità, da lui tanto agognata durante le meditazioni, non avrebbe potuto scalfire quella depressione opprimente.

Una sera finalmente aprì gli occhi. Non poteva vivere a Treviso. Non poteva rimanere in una città. Avrebbe dovuto cercare qualcos'altro, e avrebbe dovuto farlo da solo.

Quando ne parlò coi suoi amici, questi gli sconsigliarono di partire, soprattutto se da solo. Visto però lo stato delle sue amicizie, non si curò tanto dei loro consigli. Decise di andare verso ovest, dove la gente parlava ancora italico. Si prefisse come meta Genova; anche questa decisione gli fu sconsigliata dai conoscenti. Ignorò anche questi consigli: Genova e Venezia erano sempre state rivali... era prevedibile che si disprezzassero.

La sera subito dopo l'idea, cominciò a preparare la borsa. Non aveva molto, sebbene il suo campicello fruttasse bene... Il suo campo!! Non poteva certo lasciarlo lì, con quello che valeva!
Come poteva fare? Sebbene avesse un'esperienza limitata in materia, sapeva che i campi non si vendono come il pane... Questo avrebbe ritardato di molti giorni la sua partenza...

Stette a pensare per molto tempo. Gli parve nel frattempo cosa saggia avvisare il sindaco, appena dopo aver affisso nella bacheca un annuncio recante la scritta:

"Vendesi campo di grano in perfette condizioni, ottimi e abbondanti raccolti garantiti. Prezzo modico."

Dopodichè mandò dei piccioni al sindaco, allora Xbeowulfx, chiedendogli se lui poteva acquistare dei campi.

Pochi giorni dopo ricevette la risposta. Era affermativa. Esaltato, Spadon si accordò sul giorno dell'acquisto, pianificando di partire appena ricevuti i soldi. Nel frattempo lavorava duramente, e vendette l'ultimo raccolto che avrebbe avuto per molto tempo. Acquistò anche 10 pezzi di pane. Lo avevano informato che la capitale, Venezia, era chiusa, e lui avrebbe dovuto passare le notti in strada per risparmiare tempo; avrebbe perciò avuto bisogno di molto pane, non conoscendo tra l'altro la destinazione.

Finalmente il giorno arrivò. Dopo aver salutato i suoi pochi amici, Spadon si diresse frettolosamente verso il cancello Sud. Mettendosi in fila per uscire dalle mura, si mise a pensare.
I giorni passati a preparare la partenza erano stati i migliori da quando aveva cambiato vita... Forse il segreto della felicità stava nell'avere un obbiettivo... Forse avrebbe dovuto passare il resto della vita preparando un'altra partenza...
Tutte riflessioni azzardate, ma non del tutto scorrette. Il futuro, però, non gli avrebbe dato ragione.
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MessaggioTitolo: Re: Racconti - La storia di Spadon - Spadon   Sab Lug 10, 2010 12:46 pm

CAPITOLO III - In cui il protagonista si rende conto che il viaggio non è facile

Spadon camminava da oltre due giorni. Partito il 15 Novembre da Treviso, si trovava ora tra Verona e Padova. Il Sole era alto sopra di lui, e da due giorni era accaldato. Il cibo non mancava, quindi non soffriva la fame, ma per risparmiare tempo non si fermava quasi mai nelle città. Si sentiva parecchio solo, anche se parecchi viaggiatori passavano per quelle vie. Nessun brigante, fino ad allora, ma Spadon non si sentiva comunque tranquillo... Sentiva un'ombra incombente, come un pericolo che si annidava nell'oscurità, pronto a balzar fuori.

Nessun giorno era tranquillo, e tantomeno lo erano le notti. Era costretto a dormire con un occhio solo, adottando mille stratagemmi per sentirsi al sicuro. Niente però era come dormire sotto un tetto, anche di una locanda un po' squallida. Le notti all'addiaccio non facevano per lui. "Chissà, magari è solo questione di abitudine... In fondo sono in strada solo da 2 giorni..."

Eppure avvertiva un pericolo.

Dopo un altro giorno di viaggio decise di ignorarlo, visto che le strade erano tranquille e percorse solo da gente perbene, che si fermava volentieri a scambiare notizie. Incontrò, sulla strada verso Mantova, dei mercanti veneziani che andavano nella sua direzione. Erano due famiglie al completo, con donne e bambini. Li salutò cordialmente, contento di avere dei compagni di viaggio. Questi, a loro volta, lo accolsero con sorrisi sinceri.

Durante il resto del tragitto conversarono amabilmente, e le paure di Spadon cominciavano a dissolversi. Ma come si era detto, Spadon era costretto a dormire nelle strade, schivando le città per risparmiare tempo. Arrivati alle porte di Mantova, si separarono, dato che i suoi nuovi amici dovevano concludere degli affari dentro la città.

<<Dormiremo dentro le mura questa notte>> dissero <<siamo contenti di averti conosciuto, Spadon. Buona fortuna per il tuo viaggio!>> Spadon si accomiatò da loro. "Per strada non si incontra solo brutta gente, allora!" pensava allegramente. Aveva ragione, ma avrebbe presto scoperto che per le strade si incontravano persone di tutti i tipi.
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MessaggioTitolo: Re: Racconti - La storia di Spadon - Spadon   Sab Lug 10, 2010 12:48 pm

CAPITOLO IV - In cui le paure del protagonista prendono forma

Il giorno 19 Novembre Spadon era particolarmente attivo. La notte prima aveva trovato un posto ottimo per accamparsi e, di nuovo fiducioso nelle persone a causa del fortunato incontro, aveva dormito per una volta sonni tranquilli. Camminava in quel momento tutto baldanzoso, nella strada tra Mantova e Guastalla.

Ecco che, mentre rifletteva su cose di poca importanza, all'orizzonte apparve un'ombra. Aguzzando la vista, Spadon riconobbe in quell'ombra un viandante che camminava velocemente. Spadon non aveva più paura, perciò continuava ad avanzare tranquillo. O quasi. La vocina nella sua testa, che sembrava essersene andata, ritornò più forte che mai, implorandolo di voltarsi e di correre. La sua mente conscia, però, gli ripeteva che non c'era alcun pericolo in quel viandante.

Prima ancora che si accorgesse di questi pensieri, si ritrovò fermo in mezzo alla strada. Chissà se era stata una buona mossa piantarsi lì, ritto in piedi... Tant'è che anche il viandante solitario si fermò, ad una trentina di metri da lui; cingeva una spada alla vita, e sembrava massiccio di corporatura. "Non è ancora troppo tardi per voltarmi e fuggire", si disse Spadon. Purtroppo, però, era immobilizzato da chissà quale forza.
Trovo la forza per parlare. "Chi sei, viandante solitario?" chiese. Avrebbe potuto fare di meglio, ma era già abbastanza in subbuglio.
Il viandante non rispose subito. Prima posò la sua borsa, che fece un rumore sordo cadendo a terra.
"Io sono messer Tiburzi, messere." e dicendo questo sguainò la spada. Spadon provò una fitta allo stomaco, ma tuttavia rimase impietrito sul posto.
"Se voleste avere la cortesia di posare la vostra borsa a terra e togliervi dalla mia strada, eviteremmo di fare delle inutili discussioni. Non vorrei mai dovervi costringere..."

Spadon capiva tutto ora... e pensare che da giorni il suo istinto lo avvertiva! Le sue paure, scomparse da tempo, erano tornate in forma umana. Guardò la spada scintillante del ladro, e capì che non aveva scelta. Posò la borsa a terra, e si allontanò lentamente.
Sentiva un fuoco dentro, e capiva che non si sarebbe mai spento del tutto.
"Guastalla è la città più vicina. Posso arrivarci senza problemi, sperando che questo Tiburzi faccia la stessa cosa."

Tiburzi sorrise. "Mi spiace privarvi dei vostri denari, ma dobbiamo tutti sopravvivere, in un modo o nell'altro!".
Queste parole fecero esplodere Spadon, che pur sapendo di essere in schiacciante svantaggio tentò il tutto per tutto.
Tiburzi, che evidentemente non era una persona crudele, decise di non spocare la sua lama. Con un rapido colpo di pomo in testa all'avversario, lo stordì.

Era ormai sera inoltrata quando Spadon si svegliò, ricordando tutto perfettamente. Era in grado di descrivere la scena così bene che i giudici l'avrebbero presa senza dubbio come prova.
Ancora un po' stordito, riprese il suo cammino verso la città di Guastalla. "Cosa troverò lì? Accoglienza o altre disavventure? Nemmeno le città sono luoghi sicuri, a volte!"

Camminando velocemente, essendo decisamente alleggerito, fece giuramento di vendetta. "Quel furfante non la passerà liscia!" promise al mondo.
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MessaggioTitolo: Re: Racconti - La storia di Spadon - Spadon   Sab Lug 10, 2010 12:49 pm

CAPITOLO V - In cui il protagonista scopre che la giustizia non è perfetta

Arrivato a Guastalla, Spadon cercò la taverna municipale, per informare il primo che passasse dell'accaduto. Sperava che, nella sua idea utopistica di città, la voce sarebbe passata di bocca in bocca, e molti avrebbero cercato di aiutarlo. Quanto era ingenuo!

Arrivato nella taverna, incontrò poca gente che chiacchierava serenamente. Cominciò subito a presentarsi, e a raccontare energicamente e appassionatamente la sua storia. A merito dei cottadini di Guastalla, va detto che tutti si penarono per lui, con tante belle frasi. A loro colpa, va detto che nessuno mosse veramente un dito.

Finalmente arrivò il sindaco, a cui fu raccontata la storia per intero. Sebbene non sembrasse averne voglia, il sindaco ottemperò ai suoi doveri. Chiese tutti i dettagli a Spadon, che raccontò la storia con tanto ardore e tanta precisione che il sindaco non potè fare a meno di credergli. Mandò quindi dei piccioni a chi di dovere, poi si intrattenne a parlare con Spadon del processo.

Spadon non aveva mai commesso alcun reato, nè aveva mai avuto a che fare con la giustizia, e sapeva solo quel poco che aveva visto dai verbali appesi al tribunale di Treviso. Non sapeva cos'avrebbe dovuto fare in quell'occasione. Il sindaco gli spiegò ciò che lui non sapeva.
"Sebbene io ti creda, Spadon, e sono sicuro che ti crederà anche il giudice, non puoi essere sicuro di riavere i tuoi soldi."
"Cosa? E perchè no? Se il giudice mi crede e quel maledetto di Tiburzi viene arrestato, i miei soldi non dovrebbero tornarmi in mano?"
"Vedi, se quel furfante nasconde la refurtiva in casa sua prima di venire processato, noi non riusciremo mai a ritrovare i tuoi soldi."

A quel punto Spadon era indignato, e anche un po' depresso.
"Ma questo non è giusto! Qualcuno deve ridarmi ciò che ho perso! Come farò a riavere i miei soldi? Non posso ricominciare da capo!"
"Temo che invece dovrai..."
Il sindaco era compassionevole, sebbene non avesse il potere di aiutare davvero Spadon.
"Ma... ma... Come farò io?" ora il terrore si era davvero impossessato di lui; avrebbe pensato varie volte al suicidio, nei giorni seguenti.
"Eppure ci dev'essere un modo... Se il furto è avvenuto sul territorio del Ducato di Modena, allora dovrà essere il Ducato a risarcirmi, no??" Detto questo, il sindaco rise, ma non in modo offensivo.
"Bella idea, ma non ci conterei. Se il Ducato dovesse risarcire tutti i furti che avvengono sul suo territorio, sai che marasma ne deriverebbe?"

Spadon aveva perso ogni brandello di speranza. Come se essere picchiato e derubato non fosse già una punizione sufficiente, scoprì che il futuro che lo attendeva era ancora più nero. Quanto avrebbe dovuto aspettare prima di riuscire a riottenere la sua somma, in un modo o nell'altro?

Non lo sapeva. Ormai era così depresso che, come si era detto prima, pensò varie volte al suicidio.
Rimase a Guastalla per molto tempo, e nel suo stato d'animo aveva smesso anche di contare i giorni. Non sappiamo, pertanto, quanto rimase lì, aspettando che il processo finisse.
Sappiamo però varie cose che vale la pena di raccontare.

Spadon era deperito, visto che per qualche giorno non aveva potuto mangiare. Se quando era partito da Treviso era piuttosto forte per uno della sua condizione, ora stava dimagrendo. Riusciva a pensare meno di prima, e le sue braccia lavoravano più lentamente del solito.

Durante la sua permanenza in città, scrisse molti piccioni, quando aveva del tempo libero. Scrisse al suo caro amico Arcanis, residente all'epoca ad Alessandria. Era un'amicizia così antica che nemmeno lui ricordava come fosse nata. In alcune lettere lo informava delle sue intenzioni suicide, e le risposte infiammate dell'amico ogni volta gli lenivano l'animo, tanto che l'idea di farla finita finì addirittura di sfiorargli la mente.

Nel frattempo, mentre il processo continuava, scoprì che il furfante teneva sempre con sè un libretto dove annotava i risultati delle sue rapine. Durante l'indagine gliel'avevano trovato addosso, e si erano aperti 7 processi contemporaneamente a suo carico. Spadon godeva di questo, ma non riusciva a consolarsi nemmeno vedendo il suo nemico in prigione.

Davvero non sapeva cosa fare. Era un uccello senza nido.
Non sarebbe stato troppo male, se avesse avuto almeno i bastoncini per costruirselo.
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MessaggioTitolo: Re: Racconti - La storia di Spadon - Spadon   Sab Lug 10, 2010 12:54 pm

CAPITOLO VI - In cui si narrano alcuni avvenimenti successi durante e dopo la permanenza a Guastalla

Il periodo a Guastalla fu forse il peggiore nella vita di Spadon, che era totalmente disorientato. Le disavventure non erano finite, ma in seguito avrebbe avuto le idee più chiare.

Per ottenere una speranza a cui aggrapparsi, aveva scritto delle lettere a sindaci di varie città. In tutte chiedeva supporti o prestiti per poter acquistare un campo nelle loro città: prestiti che avrebbe ripagato rivendendo il grano a basso prezzo.

Purtroppo, tutte le risposte che man mano arrivavano erano negative.
In particolare il sindaco di Genova, all'epoca Titania87, gli aveva risposto in tono molto scortese; la lettera suonava più o meno così:
"Ma che scherziamo messere? Non siamo mica un albergo, sapete??"

Spadon era sempre più sconfortato. Non sapeva dove andare, cosa fare, cosa gli avrebbe riservato il destino... I suoi pensieri erano sempre deprimenti, e la gente di Guastalla non riusciva a stargli simpatica.

Un'idea folle gli venne in mente in quei giorni di sconforto... Non aveva possibilità di successo, ma in quello stato d'animo aveva la tendenza ad aggrapparsi a qualsiasi cosa, purchè non fosse l'alcool: non aveva i soldi per quello!
Cominciò uno scambio di lettere con Tiburzi. Dopo averlo insultato per l'avvenuto, Spadon si era fatto l'idea che il brigante fosse una persona ragionevole, e tuto sommato con del sale in zucca. Pertanto si decise a scrivergli una strana lettera, che diceva più o meno queste cose:

"Caro (si fa per dire) Messer Tiburzi,
da quello che avete detto nelle vostre lettere, mi sono fatto l'idea che voi siate una persona ragionevole, al contrario di molti briganti; mi sembra che abbiate abbastanza buonsenso da poter fare un accordo: presentatevi al processo con metà dei soldi che mi avete rubato: abbiate pietà di un uomo che non ha più nulla a causa vostra, e che non sa come fare adesso! Metà dei soldi andranno a voi, metà li riavrò io. Saranno 300 ducati a testa: ragionevole per entrambi!
Fatemi sapere.
Spadon"

Affidò la lettera al piccione, che tornò con un messaggio del brigante.
Non accettava l'offerta.

Qualche giorno dopo, i numerosi processi a Tiburzi ebbero fine. Il furfante se l'era cavata con pene leggere, grazie alle sue confessioni: "Ammissione della colpa" dicevano... "Merita una pena alleviata!" Eppure un'ammissione della colpa non alleggeriva i derubati, nè gli faceva riavere i loro soldi.
Dopo la fine del processo, Spadon decise di ripartire.

Salutò tutti i cittadini di Guastalla, con cui non sentiva alcun legame; non gli dispiaceva separarsi da nessuno di loro, per quanto bene li avesse conosciuti.
Si rimise dunque in viaggio: non ricordava che giorno fosse. fatto sta che il giorno dopo arrivò nella città di Parma. Inutile: nemmeno questa gli diceva nulla. Partì il giorno stesso.

Arrivò dunque a Fornovo. Lì trovò delle persone interessanti, ma nessuna per cui, a suo parere, valesse la pena restare.

Nelle lettere che si scambiavano lui e Arcanis si erano messi d'accordo per trovarsi a Genova, città con cui tutti e due sentivano un misterioso legame. Arcanis arrivò mentre lui era a Guastalla, che aspettava la fine del processo; il suo amico era comprensivo, ma visto che da anni non si vedevano, gli metteva fretta per potersi riabbracciare.

Pertanto Spadon decise di partire il giorno stesso, ma si intrattenne a chiacchierare con qualcuno; tutta gente simpatica, quale se ne trova raramente nelle città comuni. In fondo gli dispiaceva doversene andare così presto. Ma d'altra parte, pensava, ci sarebbe voluto del tempo per ristabilirsi in una città, quindi era meglio partire in fretta.

Si rimise quindi in viaggio, ma a questo punto lo aspettava la più brutta delle sorprese.
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MessaggioTitolo: Re: Racconti - La storia di Spadon - Spadon   Sab Lug 10, 2010 12:55 pm

CAPITOLO VII - In cui il nostro eroe subisce la peggiore delle disavventure

Spadon era in viaggio da tutto il giorno, ed era vicino alle porte di Spezia. Aveva fretta di entrare, così da essere finalmente nella Repubblica, destinata ad essere la sua nuova patria. Era molto emozionato e speranzoso, sebbene affranto per ciò che lo aspettava: settimane di duro lavoro prima di potersi stabilire. Riusciva a malapena a sopportare l'idea che non ci fosse un modo più facile per avere un misero campo.

Era ancora immerso nei suoi pensieri, quando incontrò delle guardie genovesi sulla strada davanti a lui. Cosa ci facevano lì?
I soldati intimarono l'alt.
"Bisogna essere muniti di permesso per varcare la frontiera della Repubblica! Mostrate il lasciapassare!"
Spadon era piuttosto spiazzato... Nessuno gli aveva mai detto che ci volesse un passaporto. D'altra parte, non era mai servito negli altri Ducati.
"Mi dispiace soldati... Io non ho il permesso di transito... Non sapevo che servisse... Io..."
"Silenzio civile! Andatevene, o saremo costretti a farvi allontanare con la forza!"


Spadon non poteva permettere che tutti i suoi sogni andassero in fumo. Non adesso, che era così vicino alla frontiera, alla sua nuova vita!
Decise dunque di rimanere al suo posto, e di fronteggiare i soldati.
"Io sono un cittadino libero, e per passare le altre frontiere non serve alcun permesso! Fatemi passare!"
Quanta ingenuità! Possibile che ancora non avesse capito come girava il mondo?
Le guardie infatti si guardarono tra di loro, convinte che le stesse prendendo in giro. Dopodichè decisero che tanta insolenza andava comunque punita. Sguainarono le spade, pronti a colpire sul serio.

Spadon si rese conto solo allora del pasticcio che aveva combinato. Ormai era tardi, fuggire era inutile. Poteva solo aspettare il suo destino. Rimase fermo, aspettando i colpi delle lame che sapeva sarebbero arrivati.

E i colpi arrivarono. Le guardie, ancora indiavolate per la sua reazione, lo stavano ripetutamente colpendo con le loro spade.
"Strano" si disse Spadon. "Non fa poi così male, come sembrerebbe da fuori..." Riaprendo gli occhi, vide che da fuori sembrava davvero molto doloroso.

Lasciando il suo corpo al suo destino, aleggiò sui monti lì vicino, ammirandone la bellezza. Contemplò la grazia di una mandria di cavalli che galoppava in un prato poco distante, e si meravigliò dell'organizzazione delle formiche, nascoste nel cavo di un tronco.
Dunque era quello che aspettava l'essere umano dopo il trapasso? Nient'altro che volteggiare sopra il vecchio mondo, fino al Giorno del Giudizio? Ci doveva essere dell'altro.

Rimase mesi a contemplare le meraviglie del mondo. Quanto era grande!
Vide gli sconfinati deserti dell'Africa, le alte montagne dell'Asia, le miriadi di isole nell'oceano... Ma ancora mancava qualcosa. Quel mondo, per quanto bello, era privo della sua essenza...

Dov'era Dio?

Perchè dunque l'Altissimo non si era ancora mostrato? Cos'avrebbe dovuto fare ora? Qual'era lo scopo della sua condizione?

Rimase anni a pensarci. Mentre sotto di lui le generazioni si susseguivano, lui continuava a macinare il problema.

"Cosa sono io?"

Fu allora che arrivò. Non appena Spadon Lo vide, non potè trattenersi dal piangere. Le più rosee descrizioni non potevano esprimere niente del Suo vero essere. Era davvero Lui? Sì, Spadon non aveva alcun dubbio. Non poteva non essere Lui: l'aura che irradiava era quanto di più bello ci fosse in tutti i mondi.
Tuttavia Spadon non provava alcun imbarazzo, e parlarGli non gli dava alcun problema.

"Allora, cosa ci faccio quì? Sono in Paradiso? Non capisco cosa dovrei fare a questo punto."
Lui, Egli, non gli rispose. Nella Sua infinita bellezza, non aveva bisogno di usare mezzi fisici per parlare.

Spadon capì. Era così ovvio, ora che Lui lo aveva fatto capire.

Allora chiuse gli occhi. Solo la pace era presente in lui.

Improvvisamente, una stridente cacofonia gli riempì le orecchie. La luce, fino ad allora così ovattata e soffice, gli dava veramente fastidio agli occhi. Cosa stava succedendo ancora?
Aprì gli occhi, preoccupato ed inquieto. Davanti a lui, si stendeva una piazza piuttosto grande.
"Una piazza? Ma cosa...?"

Solo allora si rese conto che era accasciato a terra. Alcune persone lo stavano guardando con aria preoccupata, ma ora non era quello l'importante. Doveva chiedere aiuto. Oppure... I ricordi lo assalivano.

Ricordava una luce... E del sangue, che non sembrava suo...
Stette seduto in strada parecchi minuti, con la testa fra le mani. Perchè doveva essere tutto così confuso?

Riaprì gli occhi. Ma certo... Ora ricordava quel posto. Come aveva fatto a non riconoscere subito la Chiesa di Fornovo???

Ricordava anche altro... I ricordi gli riaffioravano con una lentezza snervante, ma ricordava. Ecco!
Aveva una Missione!

"Ma quale missione?" Si chiese.

Questa domanda lo avrebbe assillato ancora per molti anni, nel futuro. L'unica cosa certa, era che il Signore gli aveva affidato un compito. Un compito che solo lui poteva svolgere.
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MessaggioTitolo: Re: Racconti - La storia di Spadon - Spadon   Sab Lug 10, 2010 12:58 pm

CAPITOLO VIII - Che tratta di ciò che accadde dopo la morte del protagonista

Spadon era ancora disteso per strada, confuso. Si era ritrovato a Fornovo all'improvviso, ricordando di avere una missione da svolgere... Ma quale?
"Spadon!" sentì gridare. Si chiese subito chi fosse, ma riconobbe la voce. Mela.
"Ma cosa ci fai per terra? E perchè sei ancora a Fornovo? Credevo che fossi partito..."
"Sì... Ero partito... Ma ora..."
E ora? Come spiegare l'accaduto ai suoi conoscenti? Non sarebbe stato facile, ma ci avrebbe provato. Magari un giorno avrebbe raccontato la sua storia per intero, chissà!
Nel frattempo Mela lo stava accompagnando in taverna, per farsi raccontare. Per strada incontrarono altra gente che Spadon conosceva, ed avrebbe conosciuto meglio presto. Videro Uthred, Aizel, Ranian... Tutti si affrettarono verso di loro per sapere cos'era successo.
La gente fornovese! Quando il signore aveva mandato in terra persone migliori?

Spadon si sentiva male, dopo il suo trapasso e ritorno in vita. Era un'esperienza decisamente spossante. La sua vecchia forza, già diminuita dopo la rapina, era ormai sparita del tutto. Riusciva ancora a formulare semplici ragionamenti, ma non poteva più esprimerli a parole. Stette male per un buon mese e mezzo. Non riusciva più a rimettersi in viaggio, e nessuna milizia lo voleva, così malridotto.
Durante la sua permanenza forzata, continuava a pensare al viaggio che doveva riprendere. Il suo amico Arcanis ancora lo aspettava... E tuttavia la città gli piaceva di più ogni giorno che vi restava. Come aveva fatto a non accorgersi della sua bellezza, quando era arrivato la prima volta?
Eppure, pensava a volte, la città non era poi tutto questo granchè. Perchè allora vi si tratteneva? La risposta era chiara: i suoi abitanti.
Ma prima d'allora aveva visto gente così allegra, così vivace e tuttavia disponibile. In tutte le città che aveva visitato, non si era mai trovato in compagnia di gente così meravigliosa, ed era per questo che voleva restare lì per il resto dei suoi giorni. Scrisse dei piccioni ad Arcanis, dove gli diceva che lui sarebbe rimasto residente a Fornovo, ma che forse si sarebbero incontrati, di tanto in tanto. Non la prese male. Disse che andava bene, se proprio ci teneva.

Poco prima di guarire dalla sua indisponibilità, si decise a prendere casa. Aveva passato due mesi a lavorare in miniera, per racimolare i soldi per il campo. Prese la residenza nella città il 16 Gennaio, e il 18 arrivò il suo campo di grano. Mai aveva avuto più soddisfazione. Niente dava più orgoglio di una vita costruita solo col sudore della fronte. Cosa poteva temere ormai? Era morto ed era stato derubato. E adesso cos'altro avrebbe potuto subire? Il ricordo delle sue vicende gli sarebbe rimasto impresso come una cicatrice, nella mente.

Sicuramente le prove non sarebbero mancate, ma Spadon non aveva più paura di affrontarle. Lui era l'Eletto. Derubato, ucciso, tornato tra i vivi per intercessione dell'Altissimo! Che venissero i suoi nemici! Lo avrebbero trovato in piedi, col Signore su di lui e i suoi amici, i migliori amici che il mondo avesse mai visto, al suo fianco! Che provassero a minargli il percorso... Già avevano provato, ma lui si era sempre rialzato. Ora aspettava ciò che il Signore voleva ancora mandargli contro, per provarlo e sfinirlo. Ma la sua fede non sarebbe mai crollata. Ormai solo la morte dei suoi amici poteva fargli male, poichè aveva già affrontato ogni altra disavventura!

La storia termina quì, ma non preoccupatevi... Quello che sembra una fine, è solo un nuovo inizio. Spadon è in mezzo a voi, e continuerà a vivere le sue avventure. Per ora il suo cammino è pianeggiante, ma chissà quando torneranno le disavventure. Quando esse si faranno vive, Spadon avrà voi, voi che state leggendo al suo fianco. E non lo dimenticherà mai. Grazie a tutti.

In memoria di Uhtred88, di Marco.one e di tutti gli altri amici defunti.

FINE
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